25 Labirinti della visione - Luigi Ghirri 1991
Sulla Fotografia
February 20, 2023
Oggi parliamo di una mostra fotografica: Labirinti della visione di Luigi Ghirri a Palazzo del Governatore, Parma
Speakers Chiara Malaspina di Orezzoli
Chiara Malaspina di Orezzoli (0:16)
Ben ritrovati per questa nuova puntata di Sulla Fotografia. E buon lunedì se la state ascoltando il giorno della sua uscita. Da oggi inauguriamo il nuovo calendario delle uscite di questo podcast, che vedrà i nuovi episodi raggiungervi ogni lunedì mattina, sperando così che L Weekend mi dia modo di lavorarci senza dover per forza sottrarre ore di sonno prezioso alla mia settimana lavorativa. Nonostante non si è passato molto dalle due puntate dedicate alla mostra di Everton al Palazzo Reale di Milano, ho ceduto alla tentazione e sabato sono andata a vedere una mostra dedicata a Ghirri a Parma, che sarà il fulcro tematico di oggi. Anche in questo caso arrivo agli sgoccioli. Nel caso vi dovesse interessare avete ancora una settimana per goderne, visto che l'ultimo giorno possibile per vederla sarà domenica 26 febbraio. Per le prossime mostre, lo prometto, vedrò di muovermi con più anticipo, in modo da lasciarvi del laggio nel potervi organizzare per andarle a vedere, volendo. Prima di entrare nel vivo della puntata, mi permetto di ricordarvi alcune cose per me molto importanti, sebbene di carattere pratico. Esiste ormai da un paio di settimane la pagina Patreon dedicata a questo podcast. Ho deciso di crearla perché chi vuole supportarmi possa farlo, nel mantenere in vita questo progetto, permettendomi di occuparmi tutte le settimane della ricerca e della stesura di ogni puntata. Il link a cui trovate tutte le informazioni è molto facile, patreon.com/sullafotografia, tutto attaccato. Ve l'ho messo anche nella descrizione della puntata, insieme al link alla pagina del sito a cui troverete tutte le immagini che citerò oggi. Oltre ad alcuni vantaggi, come l'accesso ai miei appunti in formato PDF di ogni puntata e un episodio bonus al mese, è lì ad esempio che terrò eventuali sondaggi sugli argomenti delle puntate future. Fatta questa importante premessa, direi che non c'è più nulla a dividerci dalla magnifica malinconia delle fotografie che ci accompagneranno oggi. E dunque, io sono Chiara Malaspina e questo è un podcast sulla fotografia.
Puntata numero 25 I labirinti della visione Luigi Ghirri 1991 Questa mostra è nata in corrispondenza del trentennale dalla morte di Ghirri, avvenuta nel febbraio del 1992 L'esposizione infatti è stata aperta al pubblico dalla fine dell'anno scorso, e grazie a una fruttuosa collaborazione fra il comune di Parma, il CISAC, Centro di studio e archivio della comunicazione dell'Università di Parma, e dell'archivio eredi di Luigi Ghirri. Insomma, quello che si dice una ricetta per il successo. Ci tengo a sottolineare inoltre che l'ingresso è gratuito, una novità non indifferente per chi come me bazica soprattutto i musei lombardi, e difficilmente scavalca il confine, vuoi per motivi di tempo, vuoi per abitudine. Sa va san dire che questa mostra mi ha decisamente spinto a interessarmi a quanto succede ben oltre il confine della mia regione. Bene, partiamo dal principio. Questa mostra è composta per lo più dalle stampe delle immagini che avrebbero poi formato il volume monografico intitolato Viaggio dentro un antico labirinto. Una pubblicazione delle foto di Luigi Ghirri in collaborazione con Arturo Quintavalle. Le stampe Ben 153 sono servite sia all'autore per impostare il mock-up del libro stesso e controllare la resa di ciascuna immagine su carta, sia per poter instaurare un vero e proprio dialogo con Quintavalle, che si sarebbe occupato della stesura dei testi di accompagnamento. Oltre alle molte immagini che sarebbero poi andate a creare il libro, i curatori della mostra, Paolo Barbaro e Claudia Cavatorta, hanno scelto di inserire nel percorso alcune foto satellite di altri autori e di Geary stesso, per aiutare lo spettatore nella comprensione del Geary fotografo, sia in generale sia nel particolare del lavoro di Viaggio dentro un'antico labirinto. Molto bello e funzionale l'escamotage di dividere i due gruppi di foto, quelle del libro e quelle a corredo del libro, grazie al colore della cornice. Le cornici nere, infatti, segnalano le opere che comporranno poi il libro, le cornici color legno sono riservate invece alle immagini altre. Cominciamo il nostro giro della mostra da una delle mie foto di Geary preferite, Marina di Ravenna nel 1971 È protetta da una cornice color legno, dunque non fa parte dell'edizione di Viaggio dentro un'antico labirinto, ma è un bellissimo compendio di quello che è Geary per il grande pubblico. Almeno secondo me. È un'immagine famosissima che riesce a richiamare e confortare qualunque amante di questo autore. È silenziosa e melanconica e mi ha salutato dal primo momento in cui ho messo piede nel palazzo del governatore a Parma. La costruzione dell'immagine è centrata su una struttura T in metallo, di cui si intuisce l'età dalla pittura che si sta scrostando dalla parte bassa dei pali, e che tiene in piedi un'altalena e due set di anelli, quelli usati dai bambini per appendersi e dondolarsi. Un tipico gioco spartano e soddisfacente della mia infanzia. Il resto della foto è quasi perfettamente diviso tra il colore pallido della sabbia smossa da moltissimi piedi, ormai lontani, un ricordo, e l'azzorro un po schiumoso del cielo, che si confonde con la linea del mare, facendolo sembrare un altro pezzo di cielo, lievemente più scuro. E semplice, ingannevolmente semplice, e nasconde sulla parte destra, lì dove la sabbia tocca l'acqua, la sagoma di un bambino a gambe e braccia aperte, che sembra lì quasi per caso, di spalle. Guardandola mi emoziono tantissimo, e non so dire se è perché la rivedo finalmente dal vivo, o perché questa foto è davvero capace di pescare nel fondo del mio cuore un ricordo che nemmeno io so di avere, o dove, ma che risuona fortemente ogni volta che mi ci specchio dentro. Confrontando le dimensioni dei lavori di Avedon con questi, è proprio molto evidente la grande importanza del vedere le fotografie stampate così come voluto dai loro autori. Qui infatti la frizione dell'opera richiede un grado di intimità impossibile da ottenere dalle stampe enormi alla Avedon. Infatti lì dove Avedon ingrandisce, Geary rimpicciolisce. Guardando i volti immortalati dal fotografo statunitense, ci sembra di avere in mano una lente di ingrandimento con cui scandagliare ogni minima parte del soggetto, rendendolo sempre meno umano più lo studiamo. Approcciandoci invece alle stampe di Geary, il paesaggio prende una dimensione più maneggevole, più umana. Prende la dimensione dei ricordi, che possiamo guardare unicamente da soli, senza la partecipazione di nessun altro. Provateci in mostra ad avvicinarvi a una sua foto abbastanza da vederla per bene. Non ci sarà nessun altro accanto a voi. Poco fa ho detto che Geary rende il paesaggio di una dimensione più umana, ma in che senso? Prendiamo ad esempio Ansel Adams, che fotografava il paesaggio sfruttando la meccanica della macchina fotografica, per mostrare quello che l'occhio umano non riesce, non può distinguere da solo. Geary invece riesce a sfruttare la meccanica della macchina per rappresentare il paesaggio come se lo vedessimo dal vivo. Non una sovrabbondanza di dettagli, bensì l'intimità del ricordo. Geary usa la macchina fotografica non per mostrarci quello che l'occhio umano non vede, ma per rivelarci ciò che il cuore ha già visto. Questo ragionamento è nato in me vedendo questa mostra insieme a una persona che in cinque luoghi, quelle porzioni di Emilia e di Romagna, ci ha vissuto e ci è nato. Per me sono posti estranei che ho conosciuto da prima attraverso la rappresentazione gearyana e poi li ho riconosciuti dal vivo, facendo il percorso inverso dell'autore. Prima di andare fisicamente nei posti visti così tanto spesso sulle pagine dei libri, ero convinta che la rappresentazione che ne faceva Geary fosse molto ricercata e a suo modo costruita, ma è anzi vero il contrario, ho letteralmente visto dal vivo le sue immagini respirare, una sensazione estraniante e al tempo stesso incredibilmente soddisfacente. È forse proprio per questo, proprio perché Geary ha cominciato ed è sempre tornato nella sua terra, che nel guardare le foto fatte da lui altrove, si riconosce quasi immediatamente le milie del resto. Nella prima sala ad esempio c'è una lunga fila di immagini di paesaggi acquatici, i primi sono tutti di lago, gli altri sono invece i suoi luoghi di mare romagnolo. La differenza, se ci si sofferma con abbastanza attenzione, è innegabile. Geary è sempre Geary, eppure lo è di più quando fotografa casa sua. È giusto comunque ricordare come le sue foto siano per noi scontate, naturali, perfino banalizzate, perché sono diventate parte del nostro modo di inquadrare ed imprimere altrove la nostra realtà. La bellezza delle piccole cose, la sinfonia dei giorni banali, queste sono tutte idee che sono nate, fotograficamente parlando, proprio da lui. È lui che ci ha fatto girare lo sguardo dall'Italia da cartolina dei fratelli alinari, da quella romantica degli occhi di chi l'ha girata per il grand tour ottocentesco, e ci ha restituito gli angoli spogli, inutili, silenziosi, personali, sbeccati, veri. Senza l'influenza di Geary, il nostro modo di fotografare davvero non sarebbe lo stesso. Oltre a molti suoi grandi classici, alcune delle fotografie in mostra credo che possano aiutare chi conosce più superficialmente la produzione di questo autore a capire il suo know-how tecnico. Siccome le immagini più celebri che abbiamo in mente sono costruite dalla luce naturale e da inquadrature solo apparentemente banali, allora tendiamo forse a relegare la bravura di Geary al solo, solo poi, pensiero fotografico. Basta provare a cercare su Google immagini Luigi Geary. La distesa di foto che vi si presenta sarà una texture tutta uguale di toni pastello, orizzonti bassi e spianate senza gente. Geary era invece un grande maestro della tecnica, capace di gestire fonti luminose miste e molto complesse su pellicola. Una cosa difficile e tediosa che imponeva una conoscenza molto profonda del metodo fotografico. È bello quindi poter vedere in mostra scorci di Venezia di sera, così come certe visioni modenesi al crepuscolo, in cui ogni cosa è illuminata. La stanza rischiarata dal tepore aranciato di una lampadina interna. La neve su cui si specchia la luna. I fari accesi di un'automobile che illuminano la strada. Diceva Celati. Le sue fotografie tolgono di mezzo un luogo comune fra i più penosi, secondo cui il mondo si dividirebbe in aspetti interessanti e banali. Tutto diventa interessante, ossia tutto acquista la dignità dell'essere. La mostra a Parma è puntellata da molte citazioni, tutte ovviamente inerenti alle foto accanto a cui vengono posizionate. Ci sono sia citazioni di Ghirri stesso che di Quintavalle, ed è bello poter confrontare quello che l'autore ci dice di sé, del suo lavoro e delle sue intenzioni, con quello che pensa e dice invece delle sue opere uno dei più grandi storici dell'arte contemporanea che era inoltre un suo grande amico. A questo proposito una delle citazioni che vi voglio riportare è una di Quintavalle su una fotografia in particolare. Anche questa, una delle mie preferite in mostra, è del generale lavoro di Chirri, e cioè quella scattata formigine nel 1985 che ritrae uno dei molti, ho scoperto solo qualche anno fa questa proliferazione, cancelli in mezzo al niente della bassa modenese. I due pilastri di mattoni tengono in piedi il peso che immagino possente di un cancello infarro battuto spalancato su una strada serrata. Accanto ai pilastri, assolutamente nulla. La nebbia poi dà l'idea che la strada, così come la prospettiva, scompaia in un niente lattiginoso e imprescrutabile. Di questa foto, appunto, Quintavalle ci dice. Gheri, facendo uno scatto che nessuno prima di lui avrebbe fatto, ma che molti poi hanno rifatto, ha potuto fotografare la soglia, il nulla, l'immagine possibile, il tempo e la durata di un uomo lungo un percorso. Un'altra menzione che mi sento di fare è per le foto, non molte ma nemmeno poche, all'interno della mostra che inquadrano persone oltre ai luoghi. Gheri non è, infatti, un fotografo di luoghi vuoti, ma include spesso nei suoi scatti gli esseri umani. E quando ci sono delle persone nelle sue immagini, non sono mai individui con un nome, ma gente. Sono dei simulacri degli esseri umani. Anche quando si vedono in viso non sono che archetipi di un tempo, di un modo di vivere e di un luogo. Mentre mi aggiro per le sale del palazzo del governatore, così piene di immagini da farmi temere di perdermi qualcosa, se andate a vedere la mostra vi consiglio di prendervi il vostro tempo, sono colta da un pensiero che non ho mai elaborato prima, ma che mi sembra così calzante da non potermi esimere dal condividerlo anche con voi. È possibile che per quelli della mia generazione, gli elder millennial, le fotografie di Geary siano così emozionanti anche perché somigliano un po alle foto che facevano i nostri genitori in vacanza? Ci ritrovo i colori e anche la resa della pellicola. Ho questo flash della mia famiglia raccolta in sala da pranzo che guarda le diapositive delle vacanze proiettate su un muro bianco. Ne ricordo il rumore, l'odore, e mentre ammiro i paesaggi boschivi e innevati di questa sezione della mostra, non riesco a non pensare ai viaggi in montagna di quando ero bambina. Anzi, al ricordo di quei viaggi. Proseguendo nella mostra, ci sono molte immagini che si allontanano dalla terra d'origine del nostro autore ed è bello vedere come in ogni territorio che non conosce, Gheri cerchi sempre comunque casa sua. Uno degli esempi più calzanti è forse dato dalle sue foto in Puglia. Alcuni dei suoi scatti in mostra fatti a bari sono così belli da togliere il fiato. Se vi interessa vedere il suo lavoro in Puglia, vi consiglio un libro piuttosto recente uscito con Macbooks intitolato Puglia tra Albe e Tramonti. Oltre alle foto di Gheri, sia quelle che saranno poi inserite nel libro ideato con Quintavalle che le altre, ci sono anche dei piccoli cluster di opere non sue. Ci sono ad esempio alcune immagini di Dorothea Lange e Walker Evans, e la loro presenza in mostra è spiegata molto bene. Queste stesse immagini hanno infatti segnato fortemente il percorso formativo e autoriale di Gheri quando le ha viste in mostra nel 1971, grazie a uno sforzo non indifferente proprio di Quintavalle, che aveva voluto far arrivare in Italia la mostra New Photography USA, e che vedrà a Parma la sua unica tappa italiana. In questo frangente, inoltre, i due si conoscono, e già nel 1975 sarà Quintavalle a portare le fotografie di Gheri a New York, per mostrarle a John Sarkowski, l'allora direttore del Dipartimento di Fotografia del MoMA. Questa mostra è davvero incredibilmente ben fatta, così tanto da riuscire a perdonare la mancanza di vetri antiriflesso che mi costringono al solito balletto attorno alle immagini, per vederne ogni parte senza ritrovarmi ci riflessa in mezzo. Nonostante questo, comunque, l'allestimento gode di grande sagacia, e sicuramente del numero impressionante di fotografie a disposizione. È facile perdersi in ogni sala, dalla più piccola a quella principale, dove le immagini sono state organizzate per temi, esattamente come avrà poi nel libro pubblicato. E che ci aiutano a comprendere la qualità inestimabile delle mani autoriali di questo autore. Ogni cosa, fotografata da Geary, è una foto di Geary. Sembrano banalità, ma non è un'occorrenza così scontata, nemmeno quando si parla di grandi autori. Vi consiglio davvero molto di andarla a vedere, anche se il tempo è poco. La cornice di Parma è poi un ulteriore punto a favore della mostra. Così come il pranzo a seguire, certamente. Prima di salutarvi, ci tengo a chiudere questa puntata con un'altra riflessione di Arturo Quintavalle, che secondo me raggiunge qui una comprensione del ghirri uomo e del ghirri fotografo, come solo un grande amico che vive nell'arte può fare.
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